Il Papa ai sacerdoti e ai religiosi coreani: siate uomini di riconciliazione e costruttori di pace

Ricevendo 170 sacerdoti, religiose e religiosi coreani che vivono a Roma, Leone XIV ha invitato a trasmettere ai giovani la fede dei martiri e ha espresso il desiderio che la Giornata Mondiale della Gioventù di Seul del 2027 sia un incontro tra memoria e futuro.

Il Papa ai sacerdoti e ai religiosi coreani: siate uomini di riconciliazione e costruttori di pace

Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il 5 ottobre 2026 sacerdoti, religiose e religiosi coreani che vivono a Roma e li ha invitati a essere custodi della memoria della testimonianza dei martiri coreani, testimoni di speranza per i giovani e costruttori di pace nella penisola coreana, ancora dolorosamente divisa. Molti dei 170 presenti partecipano alla preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù a Seul nel 2027 e alla celebrazione del 25º anniversario dell’apertura della sede del Pontificio Collegio Coreano.

Trasmettere la fede dei martiri alle nuove generazioni

«La fede che avete ricevuto in Corea può ricevere qui a Roma un nuovo slancio missionario, dove custodiamo la memoria degli apostoli Pietro e Paolo. Venite da lontano, ma qui siete a casa», ha detto il Papa. Ha ricordato che la Corea, un tempo terra di missione, è oggi diventata patria di missionari, facendo leva sulla memoria della fede e del sacrificio dei martiri. «La memoria genera la missione e la missione ci apre alla speranza», ha sottolineato.

In questa prospettiva ha parlato della prossima Giornata Mondiale della Gioventù, alla quale giovani provenienti da ogni parte del mondo giungeranno in un Paese in cui il Vangelo è cresciuto attraverso la testimonianza dei martiri. Ha espresso il desiderio che l’incontro di Seul sia un grande incontro tra memoria e futuro: i martiri trasmettono la fede alle nuove generazioni e i giovani la ricevono per portarla sulle strade del mondo.

Ha invitato tutti coloro che partecipano alla preparazione dell’incontro ad ascoltare i giovani e a camminare con loro. Il loro compito, ha detto, è aiutarli a scoprire che seguire Cristo non diminuisce la libertà, ma la rende piena, e che la fede non restringe la vita, ma le apre un orizzonte più ampio. Li ha esortati a prepararsi con dedizione, facendo proprie le parole di Gesù che costituiscono il motto dell’incontro: «Coraggio, io ho vinto il mondo!». I martiri coreani, ha aggiunto il Papa, avevano compreso bene questo messaggio: la loro speranza non dipendeva da circostanze favorevoli, ma dalla convinzione che Cristo avesse già vinto.

Una Chiesa cresciuta sulla testimonianza dei martiri

Ripercorrendo la storia della Chiesa in Corea, Leone XIV ha osservato che lì la fede è germogliata spontaneamente e si è sviluppata attraverso una sincera ricerca della verità. Le persone conoscevano i testi cristiani e desideravano saperne di più su Gesù Cristo, fino a voler ricevere il battesimo. Proprio dal battesimo, ha ricordato, nacque una comunità simile alla Chiesa dei primi tempi. Nel rievocare questa storia, ha menzionato i santi martiri Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e molti dei loro compagni.

«La Chiesa in Corea è cresciuta sulla testimonianza dei martiri. Nella sua storia, il popolo coreano ha dimostrato una straordinaria forza d’animo: ha attraversato persecuzioni, guerre, povertà e divisioni, sapendo rialzarsi e guardare avanti», ha detto il Papa.

Il coraggio quotidiano dell’amore

Come esempio di perseveranza che, illuminata dal Vangelo, è diventata forza cristiana, il Papa ha citato il venerabile servo di Dio Tommaso Choe Yang-Eop, secondo sacerdote nella storia della Corea. Lo ha definito «martire del sudore» e ha ricordato che per undici anni percorse la Corea per raggiungere le comunità cristiane più remote, fino a offrire la propria vita nel servizio.

Ha descritto questo servizio come il martirio più nascosto di coloro che donano la propria vita giorno dopo giorno. Il nostro tempo, ha osservato, ha bisogno di uomini e donne che abbiano il coraggio di fare il bene anche quando questo ha un prezzo. Ha concretizzato l’esortazione con un invito: «State accanto a chi è solo, sostenete chi è stanco, cercate chi si è allontanato. Abbiate il coraggio di perdonare, ricominciare, dialogare. Il bene non è sempre riconosciuto e spesso richiede fatica, ma è proprio questo coraggio quotidiano dell’amore a rendere credibile il nostro annuncio del Vangelo».

La comunione invece della contrapposizione

Al termine del discorso, il Papa ha invitato i sacerdoti, i religiosi e le religiose coreani a custodire e coltivare l’amicizia con Cristo, che apre alla fraternità. Provengono da diverse diocesi, società e congregazioni e hanno esperienze di vita differenti; proprio questa diversità, ha sottolineato, può essere trasformata in una ricchezza di sinodalità. Una Chiesa sinodale riconosce nell’altro un fratello e un compagno di cammino, mai un rivale. Questo approccio è particolarmente importante nella penisola coreana, che porta ancora la dolorosa ferita della divisione.

«Per questo vi chiedo di essere sempre uomini e donne di riconciliazione. La pace comincia nel cuore e nelle relazioni quotidiane, quando ascoltiamo senza giudicare, perdoniamo senza rancore, scegliamo la comunione invece della contrapposizione. Siate uniti e siate costruttori di pace», ha detto Leone XIV.

Ha concluso il discorso esortando i presenti a continuare a impegnarsi e a pregare, perché si aprano nuove vie d’incontro e il Vangelo della pace possa essere annunciato liberamente in ogni parte della penisola coreana e del mondo.