Gli Stati che mantengono la pena di morte dovrebbero prendere in considerazione senza indugio una moratoria sulle esecuzioni, come passo verso la sua abolizione, ha affermato l’arcivescovo Christophe Z. El-Kassis, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. Nel suo intervento alla 81ª sessione dell’Assemblea generale, dedicata alla promozione e alla protezione dei diritti umani, ha collegato questo appello alla commutazione delle sentenze già pronunciate, alla garanzia di processi equi e agli investimenti in approcci riabilitativi e riparativi. KTA ha riferito sui suoi interventi l’8 ottobre 2026, citando Vatican News.
La dignità della persona non viene meno a causa di un crimine
Il punto di partenza dell’intervento dell’arcivescovo è stata la protezione coerente e universale della vita: ha sottolineato che essa deve riguardare ogni persona, in ogni fase della vita e in ogni circostanza. Ha ricordato che la pena di morte è inammissibile perché costituisce un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona umana. La dignità donata da Dio, ha ribadito, non viene mai meno, indipendentemente dalla gravità del crimine commesso.
El-Kassis ha richiamato anche i progressi compiuti nei sistemi penali. Secondo le sue parole, oggi gli Stati possono proteggere efficacemente la società senza escludere la possibilità del pentimento e della redenzione dei colpevoli. Nel suo intervento ha quindi collegato la protezione della società alla salvaguardia della possibilità che una persona cambi, invece che a una pena che elimina definitivamente tale possibilità.
Parlando delle conseguenze della pena di morte, l’arcivescovo ha messo in guardia anche contro l’irreversibilità della sua esecuzione in caso di errore giudiziario. Ha inoltre sottolineato che le vittime e le loro famiglie hanno diritto alla solidarietà e al sostegno, nonché a una giustizia tempestiva, imparziale e umana. Ma togliere la vita a un altro essere umano, ha affermato, non può restituire ciò che è andato perduto.
Secondo il suo intervento, lo scopo della pena non è la vendetta. Essa deve servire a ricostituire i legami sociali, a tutelare il bene comune e a reintegrare i colpevoli nella società. Accanto alla richiesta di giustizia per le vittime, l’arcivescovo ha quindi sottolineato la necessità di un sistema penale orientato alla riabilitazione, senza rinunciare alla protezione della comunità.
Una moratoria senza indugio
L’Osservatore permanente della Santa Sede ha rinnovato il suo appello per l’abolizione della pena di morte. Nonostante gli sforzi già compiuti in questa direzione, ha avvertito, le esecuzioni continuano a essere praticate in troppi luoghi. Agli Stati che mantengono questa pena ha proposto una moratoria come passo verso la sua abolizione, insieme alla commutazione delle sentenze già pronunciate e alla garanzia di processi equi. L’appello ha incluso anche investimenti in approcci riabilitativi e riparativi.
Lotta al traffico di droga e reinserimento dei colpevoli
In un secondo intervento, El-Kassis ha affrontato la prevenzione della criminalità, la giustizia penale e il controllo internazionale del traffico di droga. Ha chiesto rinnovata determinazione di fronte all’espansione del mercato della droga e ai legami tra traffico di droga, corruzione e attività criminali nel mondo. Ha indicato come obiettivo di tale azione la riduzione della produzione e del traffico di sostanze stupefacenti.
Anche in questo contesto ha sottolineato l’importanza della rieducazione e della piena integrazione dei colpevoli nella società. La vera giustizia, ha affermato, non può accontentarsi della sola punizione. Accanto alla determinazione nel contrastare la produzione e il traffico di droga, il suo intervento ha quindi affrontato anche la necessità che i colpevoli tornino a far parte della comunità.
In un terzo intervento, l’Osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU ha parlato dei diritti dei popoli indigeni. Ha sottolineato che le loro comunità non sono oggetti delle politiche di sviluppo, ma soggetti e protagonisti del proprio destino.
