Il Rosario è una sintesi del Vangelo e una «via regale di contemplazione», afferma fra Tomislav Pervan in una riflessione pubblicata da Radio Mir Međugorje il 7 ottobre 2026 con il titolo «La Beata Vergine Maria del Rosario». Nella rubrica quotidiana «Messaggio biblico del giorno», in cui da anni commenta il Vangelo, questa volta parla di una preghiera che presenta ai fedeli i misteri della vita di Gesù e di Maria e li invita a contemplarli con gli occhi della Madre di Gesù.
Fra Tomislav Pervan è dottore di ricerca e autore di numerosi libri di riflessione teologica. Vive e lavora a Medjugorje come direttore spirituale delle religiose e svolge quotidianamente anche il ministero nel confessionale. È stato parroco di Medjugorje e provinciale della Provincia francescana dell’Erzegovina. Da anni scrive per Naša ognjišta, Katolički tjednik, Glasnik mira, MOVIS e altre riviste e portali.
«Signore, insegnaci a pregare»
La pubblicazione riporta il brano evangelico di Lc 11,1–4. Dopo che Gesù ha terminato di pregare, uno dei suoi discepoli gli rivolge questa richiesta: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli!». Gesù risponde: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione!»
Pervan apre la riflessione ricordando che ottobre è il mese del Rosario. In questa preghiera cara ai fedeli, scrive, davanti ai loro occhi e nella loro coscienza si susseguono scene della vita di Gesù e di Maria, i misteri della salvezza e della redenzione. Mentre i Vangeli offrono molte informazioni sulla vita e sulla morte di Gesù, si sa molto meno del destino di Maria dopo la Pentecoste. Per questo, riflettendo sulla sua vita successiva, ricorre alla tradizione, ma anche a ipotesi.
Maria, memoria viva della Chiesa
La definisce la donna più influente nella storia dell’umanità. Riporta la tradizione secondo cui l’evangelista Giovanni la condusse a Efeso e colloca la sua morte, come ipotesi, a Gerusalemme intorno all’anno 50, al tempo del Concilio apostolico, forse poco prima o poco dopo. Collega questa datazione alla nuova riunione degli apostoli per deliberare, riferita nel Nuovo Testamento. Lascia aperta la possibilità che Giovanni l’abbia condotta da Efeso, ma anche che abbia vissuto stabilmente a Gerusalemme.
Riflettendo sulla nascita dei racconti evangelici, Pervan avanza l’ipotesi che Maria abbia narrato gli eventi della propria vita e che i suoi parenti o le persone a lei vicine ne abbiano raccolto i ricordi. Collega tali racconti alla haggadah, che descrive come narrazione con materiale e trama biblici, elementi leggendari ma un nucleo storico. Ipotizza che Luca, mentre ricercava le fonti per il suo Vangelo, possa aver incontrato documenti provenienti dalla testimonianza di Maria e li abbia inseriti nel proprio testo.
Si sofferma in particolare sulle parole di Luca secondo cui Maria custodiva con cura gli avvenimenti nel cuore e li meditava. Nella sua interpretazione, non si tratta di conservarli in un archivio morto, ma di una memoria viva di cui la Chiesa vive ancora oggi. Nota che nemmeno per Maria il significato di tutto ciò che viveva era chiaro fin da subito. Si chiedeva che cosa significasse ogni singolo episodio e solo alla luce degli avvenimenti successivi poté collegare le esperienze in un insieme, come componendo un mosaico.
In queste espressioni di Luca, Pervan vede un riferimento a Maria come testimone dell’annunciazione, della nascita a Betlemme, dell’arrivo dei pastori e dell’incontro con Elisabetta. Ritiene che l’evangelista voglia mostrare di non trasmettere una semplice storia o una speculazione, ma una testimonianza di eventi. In questo senso la definisce, figuratamente, «coautrice del Vangelo di Luca» e memoria viva della Chiesa, espressione che nella riflessione collega anche al papa di santa memoria.
Pervan collega la presenza di Maria nella sala del Cenacolo a Pentecoste alla ricezione dello Spirito Santo e alla nascita di un nuovo popolo di Dio. Descrive quell’evento come un grande sconvolgimento nella storia dell’umanità, senza il quale, secondo la sua riflessione, non avremmo la Bibbia come patrimonio culturale odierno. Avanza poi l’ipotesi che circa vent’anni dopo Maria si trovasse di nuovo nello stesso luogo per il Concilio apostolico e che forse sia anche morta lì. Immagina la sua gioia per la continuazione dell’opera del Figlio e per la diffusione della sua benedizione tra i popoli.
Maria, prosegue, annuncia non soltanto con le parole, ma con la propria vita, morte e glorificazione. Il suo esempio si comprende immedesimandosi nelle scene della sua vita e di quella di Gesù. Pervan si chiede come potesse sentirsi davanti al pubblico la madre del Figlio condannato alla morte vergognosa della croce. Descrive la sua vita successiva come un esilio interiore e un «martirio d’amore», segnato dal destino del Figlio. Per lui Madre e Figlio sono inseparabili, soprattutto nella sofferenza e nell’amore. Accanto alla tradizione della sua morte a Gerusalemme, menziona la chiesa della Dormizione di Maria nel Giardino del Getsemani, oltre il torrente Cedron.
Dalla sofferenza alla gloria celeste
Pervan descrive poi Maria come la prima e la più eccellente tra i santi ed espone la convinzione che si trovi nella gloria celeste in anima e corpo. A sostegno dell’Assunzione cita l’assenza di resti corporei che i fedeli possano venerare. Confronta questa assenza con le reliquie degli apostoli, dei martiri e di altri santi, i cui resti sono custoditi nei reliquiari. Afferma che di Maria non viene offerto neppure il più piccolo resto corporeo, nemmeno una ciocca di capelli, mentre menziona come possibile eccezione qualcosa dei suoi abiti.
Si spinge oltre: nonostante il fervore storico per le reliquie, e persino la loro falsificazione, afferma che non furono offerte reliquie corporee di Maria. Nella propria argomentazione teologica definisce questa assenza una prova esterna dell’Assunzione e la collega alla fede che, scrive, i fedeli hanno accolto fin dagli inizi. Il suo punto di partenza è la fede nella glorificazione celeste di Maria; il confronto con la venerazione dei resti degli altri santi è parte della sua interpretazione di tale fede.
Definisce l’Assunzione di Maria il culmine e il compimento della storia della salvezza, nonché il culmine dell’antropologia biblica, la dottrina sull’essere umano. Richiama anche le facciate delle cattedrali europee, indicando l’Incoronazione di Maria come motivo centrale, ossia come rappresentazione del compimento della sua vita nella gloria celeste. Al centro della sua riflessione rimane il legame tra sofferenza e glorificazione: il Dio che ha permesso a Maria di stare accanto al Figlio sulla croce, vicinissima alla sua agonia e alla sua morte, è lo stesso Dio che l’ha glorificata. Perciò descrive la sua glorificazione celeste come una festa profondamente ragionevole e umana; questi misteri sono meditati anche nel Rosario.
Il Rosario e la Terra Santa
Pervan collega saldamente il Rosario alla Terra Santa, in particolare a Gerusalemme, che definisce la «città del Rosario». I misteri della preghiera hanno i loro luoghi nella vita terrena di Gesù: la nascita nella vicina Betlemme, la presentazione e il ritrovamento nel Tempio, e gli eventi della passione e della glorificazione. In questo legame tra la preghiera e luoghi concreti vede la ragione per cui ogni Rosario conduce spiritualmente i fedeli a Gerusalemme.
Un posto importante nella riflessione è riservato ai misteri della luce, dono del santo papa alla Chiesa e a chi prega. Pervan ricorda che per secoli il Rosario è stato chiamato il salterio popolare degli analfabeti e degli incolti: le sue 150 Ave Maria corrispondevano al numero dei 150 salmi. Con l’aggiunta dei misteri della luce parla delle quattro parti del Rosario come di una corrispondenza con i quattro evangelisti. In questo modo, secondo la sua interpretazione, la preghiera acquista una cornice evangelica più completa.
Con un’immagine tratta dalla fisica definisce questo passaggio un «salto quantico» verso il nuovo, dall’Antico al Nuovo Testamento, dal salterio ai Vangeli. Vede l’intenzione del papa nel far contemplare ai fedeli Gesù Cristo con gli occhi, il cuore e tutto l’essere di sua Madre. Ricorda anche le parole di Gesù a Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre». In questa riflessione il Rosario è uno strumento di consacrazione della vita, una semplice serie di grani da cui scaturiscono gioia e forza spirituali, e una via verso Gesù, il tabernacolo e l’Eucaristia, che definisce il mistero essenziale della fede e una ricchezza insondabile.
Pervan definisce i misteri della luce il testamento più caro del papa, un ricordo duraturo che rimane nella preghiera semplice. Esprime la convinzione che le persone ricorderanno questo dono anche tra mezzo millennio. Come paragone, osserva che per le generazioni future gli eventi del XX secolo diventeranno un passato lontano, come l’invasione mongola dell’Europa o la Rivoluzione francese. In contrasto con questa distanza storica, crede, rimarranno la preghiera viva e il ricordo del papa che l’ha arricchita con i misteri della luce.
Venti misteri, venti scene evangeliche
«Il Rosario è una sintesi del Vangelo», scrive Pervan. Davanti a chi prega si susseguono scene della vita di Gesù, e la preghiera gli permette, figuratamente, di respirare i misteri e vivere con essi. Per questo la definisce una via regale di contemplazione e la via di preghiera di Maria. Con la domanda su chi conosca e ami Gesù più della sua Madre, spiega perché considera proprio il suo sguardo una via per contemplare la vita di Cristo.
Interpreta il rosario come un «roseto», uno spazio di contemplazione che offre un nuovo sguardo sul mondo. In ogni parte, afferma, si contemplano cinque icone, ossia immagini della storia della salvezza. I venti misteri complessivi rappresentano così venti momenti evangelici fondamentali, attraverso i quali si cerca di cogliere la realtà della persona di Gesù, Dio tra gli uomini, con gli occhi di sua Madre. Ricorda inoltre l’espressione secondo cui le icone non si dipingono, ma si scrivono, e chi le realizza viene chiamato iconografo. Nella sua descrizione, la comprensione si approfondisce fissando costantemente lo sguardo su Cristo.
Paragona il Rosario anche a uno sguardo attraverso il buco della serratura, che apre nuove realtà e permette di vedere più in profondità e più lontano. Lo definisce teologia racchiusa nella preghiera, accessibile non soltanto agli studenti di teologia. Una preghiera simile, sottolinea, non è un parlare a vuoto, ma un penetrare nel mistero; il suo sguardo non scompone né separa, ma collega e riassume. La «teologia in ginocchio» non rifiuta la ragione, ma la libera. L’immagine della scrittura Braille gli serve inoltre per descrivere come i grani che scorrono sotto le dita non distolgano né gli occhi né la mente dalla meditazione.
Per Pervan ogni decina del Rosario è un piccolo pellegrinaggio nella terra di Gesù, un ingresso nella vita di Maria e di Gesù. La preghiera collega così la quotidianità cristiana alla Terra Santa e ai luoghi santi. Paragona la sua semplicità e la scoperta graduale della sua dolcezza al pane in bocca: più a lungo lo si mastica e si lascia che si sciolga, più se ne sente la dolcezza. Così, ritiene, ripetendo il Rosario esso diventa più dolce nella bocca e nel cuore, mentre i suoi misteri si radicano sempre più profondamente nella vita di chi prega.
Una preghiera regolare, non un precetto rigido
Pervan invita a pregare il Rosario con costanza e regolarità, convinto che esso cambi la vita. Non stabilisce un ritmo obbligatorio: lo si può pregare più lentamente o più rapidamente. Indica venti minuti per cinque misteri come un tempo adeguato, ma aggiunge subito che la preghiera può durare di più o di meno. Il suo invito non insiste su una durata rigidamente misurata, ma sulla regolarità della preghiera.
Racconta che i grani del Rosario scivolavano tra le dita di Padre Pio come pesci. Non presenta il Rosario come una legge o un canone, ma come un parco, un giardino in cui ciascuno dimora, passeggia e scopre ciò che ancora non conosce. Nello stesso spirito cita un detto di devozione secondo cui, se chi prega si addormenta con il Rosario in mano, gli angeli continuano a pregare al suo posto. Queste immagini servono a incoraggiare una preghiera che non si riduca a rigidità e misurazione.
La cosa più importante, sottolinea, è non smettere di pregare. Paragona la perseveranza a un pugile scosso che si aggrappa alle corde del ring. Attribuisce al Rosario la consacrazione spirituale, il riposo, la pace e la liberazione dalla paura nell’anima. Secondo le sue parole, non sottrae tempo, ma lo dona. Riassume il suo invito con questo pensiero: non è necessario cambiare la preghiera in sé; la preghiera del Rosario cambia chi prega.
Accanto al significato del Rosario come corona e ghirlanda, Pervan ricorre anche a un’immagine artistica. Menziona un particolare del «Giudizio universale» di Michelangelo nella Cappella Sistina, che descrive come una scena in cui il Rosario trae una persona fuori da un abisso infernale. Anche attraverso quest’immagine continua la riflessione sul significato del Rosario nella vita dei fedeli.
Infine ricorda che il Rosario si può pregare ovunque: da soli o in comunità, in automobile o in autobus, durante una passeggiata o un viaggio, nella folla e in sala d’attesa, nel silenzio, nella gioia e nella difficoltà. Lo descrive come una preghiera che allevia il nervosismo, introduce alla pace e al riposo e, figuratamente, irriga il terreno inaridito della vita e allontana la paura. La riflessione si conclude collegando vita e morte: il Rosario viene deposto insieme alla croce nelle mani incrociate del defunto. Per Pervan rimane così un segno di legame con i propri cari, con le persone amate, nella vita e nella morte.
