Che cosa significa scegliere «la parte migliore» e perché l’essere occupati in buone opere non è tutta la verità della vita cristiana? Nel messaggio biblico pubblicato da Radio Mir Međugorje il 6 ottobre 2026, fra Tomislav Pervan riflette sull’incontro di Gesù con Maria e Marta nel Vangelo di Luca (Lc 10,38–42). Al centro della sua interpretazione pone il rapporto tra ascolto e azione: sottolinea che l’agire cristiano deve nascere dalla vita interiore della persona e dal suo legame con Dio. Da anni Pervan commenta il Vangelo nella rubrica radiofonica quotidiana «Messaggio biblico del giorno».
Il Vangelo: «Una sola cosa è necessaria»
Nel brano pubblicato, Marta accoglie Gesù in casa, mentre sua sorella Maria si siede ai piedi del Signore e ascolta la sua parola. Marta, tutta presa dal servizio, si rivolge a Gesù con un rimprovero: «Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Gesù le risponde: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Pervan colloca il noto episodio nella casa delle sorelle Maria e Marta e del loro fratello Lazzaro a Betania, vicino a Gerusalemme. Li descrive come amici che Gesù era lieto di visitare e dai quali era accolto come ospite caro, soprattutto durante i pellegrinaggi annuali al Tempio e a Gerusalemme. Questo contesto di amicizia è importante per la sua interpretazione: Marta cerca di accogliere nel modo migliore una persona a lei cara, ma la visita di Gesù pone anche la questione dell’incontro personale, e non soltanto di un servizio svolto bene.
L’agire è frutto della crescita interiore
L’autore ricorda che all’episodio delle due sorelle precede il brano del buon Samaritano. Egli fascia le ferite dell’uomo incappato nei briganti e paga le cure, dimostrandosi un autentico amante del prossimo. Da questo si potrebbe concludere che la vita cristiana consista anzitutto in un agire attivo e responsabile. Pervan non respinge questa interpretazione, ma avverte che è soltanto metà della verità. Un cristianesimo ridotto esclusivamente all’azione resta una mezza verità e, scrive, le mezze verità possono trasformarsi in non verità e menzogna.
Pervan trova una risposta completa nella maturazione interiore della persona. Secondo lui, il giusto agire cristiano è frutto dell’essere della persona, come l’uva è frutto della vite, della terra e di tutte le condizioni che permettono al grappolo di maturare. Il frutto non può essere separato dalla vita da cui nasce. Per questo parla di crescita organica: la persona deve crescere interiormente affinché il suo agire esprima ciò che è davvero, e non sia soltanto una serie di obblighi adempiuti esteriormente.
L’agire morale ed etico, prosegue Pervan, non può essere imposto con la forza. In questo contesto contrappone il pensiero di Rousseau, secondo cui l’uomo è buono per natura, alla massima di Hobbes secondo cui «l’uomo è un lupo per l’uomo». Il cristianesimo, sottolinea, riconosce il male e il peccato, perciò l’agire morale va coltivato. Deve nascere dalla pienezza della persona, dal suo legame con Dio e dalla sua unione con lui. La questione è come diventare una persona nella quale si uniscono essere e fare, essere e agire, *esse* e *agere*.
Pervan trova la risposta nell’insegnamento di Gesù sulla preghiera, al quale l’incontro con Marta e Maria fa da introduzione. Paragona la capacità di Gesù di mostrare l’essenziale attraverso un episodio ordinario della vita al processo creativo artistico: un poeta ricava una poesia da un’immagine semplice, mentre un musicista o un pittore crea un capolavoro da un soggetto comune. Per chi ha qualcosa da dire ai contemporanei e alle generazioni future, nulla è troppo piccolo o insignificante. Così anche Gesù, secondo l’interpretazione dell’autore, coglie il cuore stesso delle cose attraverso un incontro quotidiano.
Pervan riconosce nella visita di Gesù alle sorelle anche la libertà dai tabù sociali. «Per Gesù non esistono né temi tabù né persone tabù», scrive, soffermandosi sull’atteggiamento che scribi, farisei e società avevano allora nei confronti delle donne. La possibilità di uno scandalo per una visita simile non ferma Gesù. L’autore paragona questa visita a quella da Zaccheo: nella sua interpretazione spirituale, l’ingresso in casa porta salvezza, pace e guarigione.
Marta vuole accogliere al meglio un ospite caro
Pervan considera l’indaffararsi di Marta nel contesto dell’ospitalità orientale, nella quale l’ospite è visto quasi come un angelo di Dio. In quanto padrona di casa, si assume il compito di accogliere nel miglior modo possibile un ospite straordinario e caro. Gesù non è a casa sua ogni giorno, perciò vuole svolgere fino in fondo il proprio compito, così che alla fine siano soddisfatti sia lei sia l’ospite. In questo intento è comprensibile la sua preoccupazione per il servizio e le faccende domestiche.
Ma sono le faccende domestiche e culinarie, l’abilità in cucina e le prelibatezze il motivo per cui Gesù è venuto? Pervan risponde di no. Presenta come un’ipotesi, e non come un dato del Vangelo, la possibile tendenza di Marta al perfezionismo fin dall’infanzia. Su di lei grava il peso della casa e vorrebbe che Gesù affidasse una parte del lavoro anche a sua sorella. L’autore spiega inoltre il nome Marta con il significato di «padrona», collegandolo alla radice «mar», cioè padrone o padrona di casa. Il suo lamento diventa così il punto di partenza per una lezione su ciò che va oltre il compimento ordinato degli obblighi.
Pervan trasmette il senso della risposta di Gesù attraverso un discorso immaginario rivolto a Marta. Non si tratta di un’ulteriore citazione evangelica, ma di una parafrasi dell’autore: «Non mi interessano le tue torte e i tuoi piatti, non mi interessa la tua abilità culinaria o in cucina, né le tue prelibatezze. Mi importa di te. Del tuo cuore». Poi sviluppa il pensiero con queste parole: «Non ho bisogno dei tuoi servizi, ma cerco te, venendo a visitare te e la tua casa». Nella sua interpretazione, Gesù non chiede perfezionismo, ma la persona e il suo cuore, indicando a Marta la sorella che ha scelto la parte migliore.
L’ascolto di Maria non è passività
Secondo l’interpretazione di Pervan, Maria assume la posizione della discepola: come un discepolo dei profeti o un discepolo di un rabbino, si siede ai piedi del Maestro, ascolta la parola e la accoglie nel cuore. Non accoglie soltanto le parole pronunciate, ma si apre alla persona e al cuore di Gesù. A proposito di questa immagine, l’autore cita la testimonianza di Paolo negli Atti degli Apostoli: era stato «educato ai piedi di Gamaliele secondo la rigorosa osservanza della Legge dei padri» (At 22,3). Collega così la posizione di Maria all’ascolto che forma il discepolo.
Pervan sottolinea che un ascolto simile non è passivo. Maria è un esempio di accoglienza della parola di Dio, di come custodirla in un cuore buono e nobile e portare frutto. L’ascolto comprende la meditazione e la riflessione, ma anche l’apertura all’azione, perché le parole di Gesù sono accolte come parole di Dio. Il rimprovero di Marta interrompe proprio questo tipo di incontro. L’autore riconosce che, guardando al suo lavoro e al carico che porta, potremmo darle ragione, ma collega il discepolato a un apprendimento più profondo con il cuore. Riassume questo pensiero con le parole: «Il cuore parla al cuore».
Pervan collega la risposta di Gesù sulle molte preoccupazioni all’immagine del seme caduto tra le spine. Le preoccupazioni e le angosce possono soffocarlo, impedendogli di portare frutto. Allo stesso modo, l’inquietudine e il nervosismo possono soffocare sul nascere una buona intenzione. In questo paragone, il comportamento di Marta mostra quanto l’essere assorbiti da molte cose possa rendere difficile concentrarsi sull’essenziale. Perciò l’autore legge l’invito a riconoscere quell’unica cosa necessaria come un richiamo a rivolgere l’attenzione al cuore dell’incontro con Gesù.
Pervan descrive Gesù come un predicatore itinerante che ha bisogno di pochissimo ed è contento dell’essenziale. In questa lettura del Vangelo, Marta dovrebbe fare una pausa, riposarsi e sedersi ai suoi piedi come la sorella. L’autore avvicina l’invito al linguaggio di oggi con l’espressione «slow down»: rallenta, togli il piede dall’acceleratore. In quel momento il suo compito non è impegnarsi ancora di più nel servizio, ma fermarsi e aprirsi alla presenza dell’ospite che le parla.
Che cos’è «l’unica cosa necessaria»?
Pervan interpreta l’«unica cosa necessaria» come l’apertura alla salvezza offerta nella persona di Gesù. Dio stesso visita l’uomo, perciò occorre farsi orecchio, aprire il cuore a Gesù e permettere che la sua presenza lo colmi. In questa interpretazione, la parte di Maria, che non le sarà tolta, è un’eredità e un dono del momento presente, ma anche dell’eternità. L’autore la definisce erede della vita eterna: l’altra sorella, trascurata, diventa la prima erede delle promesse di Gesù.
Pervan descrive la disponibilità di Maria con le immagini del fiore aperto, del calice e di un bel vaso. Maria si è liberata interiormente per il Signore, pronta ad accogliere la sua parola e a vivere con essa e di essa. In questo modo l’autore torna al legame tra ascolto e azione: la parola è accolta nel cuore perché da essa possa crescere la vita. Nella sua riflessione, la «parte migliore» non è soltanto un momento di riposo dal lavoro, ma un’apertura che plasma interiormente la persona.
Collega poi l’episodio al comandamento di amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza (cfr. Lc 10,27). Secondo Pervan, l’incontro con Marta e Maria mostra l’effetto concreto di questo comandamento nella vita cristiana. L’amore per Dio e l’ascolto della sua parola non sono separati dalla vita, ma sono pienamente connessi. Come riassume l’autore, Gesù chiede la «totalità della persona», cioè la dedizione dell’essere umano intero.
Pervan definisce anche preghiera silenziosa l’attenzione di Maria. Ella diventa tutta ascolto e, in questa apertura, la persona va oltre se stessa e raggiunge l’unità interiore. L’autore paragona l’anima a un pianoforte accordato o a un’arpa sulla quale Dio suona le sue melodie eterne. In questo senso collega la successione dei brani di Luca: dopo l’episodio delle due sorelle segue l’insegnamento di Gesù sulla vera preghiera. Alla domanda su come pregare, Gesù insegna ai discepoli e, attraverso di loro, ai fedeli la preghiera del Padre Nostro.
L’unità tra azione e contemplazione
Al termine della riflessione, Pervan indica in Gesù l’esempio del legame tra l’agire esteriore e la vita interiore. Confronta trent’anni di solitudine e silenzio a Nazaret con meno di tre anni di vita pubblica. Sottolinea che anche durante la vita pubblica Gesù si ritirava spesso nella preghiera e nella solitudine, e formula la valutazione spirituale che pregasse più di quanto agisse. In lui vede l’unità tra azione e contemplazione, tra ciò che è esteriore e ciò che è interiore, che è anche un invito ai fedeli. Conclude con il messaggio che lo spirito e la dimensione spirituale rimangono per l’eternità.
Fra Tomislav Pervan è autore di numerosi libri di riflessione teologica. Vive e lavora a Medjugorje come guida spirituale delle suore e confessa quotidianamente nel confessionale di Medjugorje. È stato parroco di Medjugorje e provinciale della Provincia francescana dell’Erzegovina. Oltre ai commenti quotidiani al Vangelo su Radio Mir Međugorje, da anni scrive per *Naša ognjišta*, *Katolički tjednik*, *Glasnik mira*, MOVIS e altre riviste e portali.
