La conversione di Francesco come cammino: dall’incontro con i lebbrosi all’accettazione della morte

Nell’800º anniversario della morte di san Francesco d’Assisi, fra Darko Tepert legge il suo Testamento come testimonianza di misericordia, preghiera e fratelli che non sono un progetto, ma un dono.

La conversione di Francesco come cammino: dall’incontro con i lebbrosi all’accettazione della morte

Nell’anno dell’800º anniversario della morte di san Francesco d’Assisi, fra Darko Tepert torna all’ultimo anno del santo e al Testamento che scrisse allora. In una riflessione pubblicata da Vatican News il 6 ottobre 2026, il Segretario per la Formazione e gli Studi della Curia generale a Roma considera la conversione di Francesco come una successione di esperienze che rivelano gradualmente il significato della sua vocazione.

La riflessione fa parte di una serie di trasmissioni del martedì dedicate ai grandi anniversari francescani. Dal 2023 al 2026, la serie ripercorre gli eventi degli ultimi anni di Francesco: la conferma della Regola, il Natale a Greccio, la ricezione delle stimmate alla Verna, la composizione del Cantico delle Creature e, infine, la morte del poverello di Assisi.

L’inizio che Francesco non dimenticò

Quando nel Testamento parla dell’inizio della sua nuova vita, Francesco non menziona anzitutto il crocifisso di San Damiano, le chiesette che restaurò né i fratelli che si unirono a lui. Parla dei lebbrosi. Mentre viveva nei peccati, testimonia, vederli gli risultava oltremodo amaro. Poi racconta come il Signore stesso lo condusse in mezzo a loro, dove usò misericordia verso di essi. Ciò che prima gli era amaro si trasformò in dolcezza dell’anima e del corpo.

Tepert vi riconosce una conversione che non rimase soltanto nei pensieri: avvenne nell’incontro con un corpo da cui ci si allontanava e con un volto che la società teneva fuori dalla vista. Nel ricordo di Francesco, tuttavia, non c’è alcuna autoesaltazione né alcuna sottolineatura del proprio coraggio, della propria nobiltà o generosità. Il principale protagonista è il Signore: fu lui a condurlo tra i lebbrosi, a donargli la fede e i fratelli e a rivelargli la vita secondo il Vangelo. La persona partecipa, resiste e acconsente, ma la grazia viene prima, sottolinea l’autore.

Per questo, nella lettura di Tepert, la domanda «Chi sono io?» non è separabile da «Chi sei tu, Signore?». L’identità non nasce da un’autosservazione chiusa in se stessa, ma dalla relazione con Dio e con le persone che si incontrano. L’anniversario della morte riporta proprio a questo inizio: alla fine della vita, scrive Tepert, resta la storia delle relazioni in cui abbiamo ricevuto e donato misericordia. Francesco, che un tempo temeva di guardare un lebbroso, può guardare la propria morte e chiamarla sorella. L’autore collega entrambi gli sguardi alla stessa scuola di libertà.

Dai sogni cavallereschi alle domande sul valore della vita

La Leggenda dei tre compagni e altre prime biografie presentano un’immagine diversa del giovane Francesco: le sue aspirazioni erano rivolte alla cavalleria, all’onore e all’ascesa sociale. Tepert le colloca nell’atmosfera di una città che si arricchisce e di una cultura in cui il valore si afferma attraverso la vittoria. In queste fonti gli eventi storici e la loro interpretazione spirituale non sono separati. L’autore esprime questa tensione con l’immagine secondo cui «l’armatura può brillare, eppure nascondere un cuore che ancora non sa dove sta andando».

Collega questo tema anche all’uomo contemporaneo, che facilmente costruisce la propria identità sulla base del successo visibile e dell’appartenenza a un determinato gruppo. Al tempo stesso, mette in guardia dalla confusione tra l’evento originario e le interpretazioni successive. Le prime biografie cercano di mostrare l’azione della grazia nella vita di Francesco, mentre le letture contemporanee mettono in rilievo anche le conseguenze sociali, ecologiche o interreligiose della sua scelta.

Secondo la Leggenda dei tre compagni e la Prima vita di Tommaso da Celano, la guerra e la prigionia interrompono i piani di Francesco. La sconfitta nella guerra contro Perugia è parte dello sviluppo più ampio della sua vocazione e apre la domanda su ciò che vale davvero la pena vivere. Le prime fonti non presentano questo cammino come un piano già compiuto in anticipo, ma come una serie di esperienze il cui significato diventa chiaro gradualmente.

Tepert vi vede uno stimolo anche per comprendere le crisi di oggi. Sebbene spesso le viviamo come inutili e sgradevoli, possono smascherare false sicurezze e aprire uno spazio di crescita. L’esempio di Francesco, sottolinea, non offre una soluzione tecnica a un problema, ma un modello di comportamento che si può seguire nel suo cammino di vita.

La misericordia non è un sentimento a distanza

Per Tepert, l’incontro con il lebbroso nelle prime righe del Testamento (Test 1–3) è al tempo stesso un atto concreto e un simbolo dell’abbattimento del confine tra ciò che è piacevole e ciò che è ripugnante. La misericordia non è un sentimento a distanza, ma l’avvicinarsi a una persona che abbiamo precedentemente escluso dal nostro mondo. L’iconografia successiva ha spesso isolato il gesto in sé, ma il testo del Testamento ne conserva anche il significato per le relazioni interpersonali e la vita della Chiesa.

L’autore collega il valore duraturo di questa scena alle nuove forme di invisibilità: solitudine, povertà, malattia, migrazione, dipendenza e ogni stigma che riduce una persona a un numero o a un problema. L’incontro storico diventa così uno stimolo a riconoscere le persone che ancora oggi si tende facilmente a tenere fuori dalla vista.

La Seconda vita di Tommaso da Celano e la Leggenda dei tre compagni sottolineano in particolare che Francesco ama colui dal quale prima fuggiva. Il bacio al lebbroso, spiega Tepert, non idealizza la malattia, ma riconosce una dignità che la paura non riusciva a vedere. La scena compare nelle biografie, nella commemorazione liturgica e nelle raffigurazioni della vita di Francesco, sebbene le singole fonti le attribuiscano accenti diversi.

Secondo l’autore, il legame con il presente sta nel fatto che le relazioni rimangono superficiali finché permettiamo la vicinanza soltanto a chi non mette a rischio la nostra sicurezza. Questa lezione, però, non cancella le differenze tra le epoche. Conoscere il contesto medievale è importante perché Francesco non diventi soltanto un simbolo generico di bontà, separato da Cristo, dalla Chiesa e da uno stile di vita evangelico.

La rinuncia ai beni e la concretezza della preghiera

La Leggenda dei tre compagni e la Prima vita di Tommaso da Celano raccontano anche come Francesco, davanti al vescovo di Assisi, restituì al padre i vestiti e rinunciò all’eredità. Per Tepert non si tratta soltanto di un aneddoto significativo. Non interpreta il gesto come disprezzo per la famiglia o per la materia, ma come rottura con la logica secondo cui il possesso determina la persona.

Questa rinuncia, aggiunge, resta attuale anche al di fuori delle comunità francescane, perché la cultura consumistica dice all’uomo che egli è ciò che può comprare, mostrare e proteggere. L’autore ne riconosce l’eco nell’arte e nella letteratura, ma anche nelle riflessioni più recenti sulla giustizia e sulla pace.

Nel Testamento Francesco descrive anche la semplice preghiera che recita nelle chiese: l’adorazione di Cristo e della sua croce, per mezzo della quale, come professa, Cristo ha redento il mondo (Test 4–5). Tepert sottolinea che qui la fede non è un’idea astratta. Ha un luogo, una postura del corpo, parole e tempo. Nella successiva interpretazione francescana è proprio l’inginocchiarsi davanti a Cristo a elevare l’uomo.

L’autore collega questa scena alla distrazione digitale, che rende difficile il raccoglimento e crea l’impressione che ogni silenzio sia vuoto. L’anniversario della morte di Francesco, che coincide anche con quello della composizione del suo Testamento, gli offre quindi l’occasione per invitare a una preghiera di adorazione interamente rivolta a Cristo e alla sua opera salvifica.

I fratelli come dono, non come progetto

Nel Testamento Francesco testimonia anche che il Signore gli diede dei fratelli che non aveva scelto lui stesso (Test 14–15). Tepert riconosce nell’arrivo dei fratelli l’inizio di una nuova tappa della vita di Francesco: la vocazione si realizza nella relazione con persone concrete, con i loro doni e le loro debolezze. Per Francesco il fratello non è un progetto, ma un dono che richiede pazienza.

Questo pensiero è importante anche oggi, osserva l’autore, perché è facile amare una comunità immaginata, mentre è più difficile restare fedeli a persone che non corrispondono alle nostre idee e non parlano o agiscono come ci aspettiamo. Richiama ancora una volta il contesto storico: l’accoglienza dei fratelli da parte di Francesco avvenne nell’Italia comunale del XIII secolo, in una cultura segnata da forti differenze di ceto che non risparmiavano neppure la Chiesa.

Alla fine della sua vita Francesco torna nel Testamento ai lebbrosi. Tepert non vede in questo un semplice dettaglio biografico, ma la chiave con cui il santo interpreta tutto il suo cammino. L’incontro iniziale non è un episodio che si è lasciato alle spalle: la successiva tradizione francescana ha compreso proprio a partire da quel umile inizio la direzione della sua vita. Le circostanze di oggi sono diverse, conclude l’autore, ma anche noi abbiamo bisogno di tornare alle esperienze originarie per distinguere la vocazione dalle abitudini e dai ruoli acquisiti in seguito.