Marijana Grgić: La preghiera non sostituisce la responsabilità e la ricerca di aiuto

Nella trasmissione “La speranza che guarisce”, la psicologa ha parlato di elusione spirituale, del rapporto tra fede e aiuto professionale e del pericolo di giustificare con parole pie il silenzio e la sopportazione della violenza.

Marijana Grgić: La preghiera non sostituisce la responsabilità e la ricerca di aiuto

La preghiera, invece di sostenerci nell’affrontare la vita, può diventare un modo per evitare la realtà? La psicologa **Marijana Grgić** ha affrontato questa domanda nella trasmissione **“La speranza che guarisce”**, in un intervento pubblicato da Radio Mir Međugorje il 7 ottobre 2026. Ha parlato dei momenti in cui si usano parole pie al posto del dialogo, dell’aiuto professionale, della definizione di limiti o della presa di una decisione difficile.

Ha subito sottolineato la differenza tra la preghiera e il modo in cui una persona può servirsene: «Voglio dirlo subito con chiarezza: il problema non è la preghiera. La preghiera è un incontro con Dio. Può donarci pace, saggezza, coraggio e la forza di sostenere ciò che non possiamo cambiare immediatamente». Il problema sorge, spiega, quando ci aspettiamo che la preghiera sostituisca ciò che spetta a noi fare.

Come esempio cita la frase «Ho affidato tutto a Dio», dietro la quale talvolta si nasconde la riluttanza a guardare in faccia la verità. Rileva uno schema simile nel chiedere un miracolo rifiutando di andare dal medico, nel pregare perché una relazione cambi senza dire ciò che fa soffrire, o nel parlare di portare la propria croce mentre, di fatto, si permette la violenza. Un simile atteggiamento, avverte Grgić, non è più una spiritualità sana, ma una fuga dalla realtà rivestita di parole pie.

La domanda, dunque, non è se si debba pregare, ma se la preghiera aiuti la persona ad affrontare ciò che può e deve fare. «Preghiera e azione non sono nemiche. La preghiera dovrebbe renderci capaci di agire», afferma. Non dovrebbe chiuderci gli occhi davanti alla realtà, ma darci la forza di aprirli.

Quando ci si aspetta che la preghiera cambi tutto e da noi non ci si aspetta nulla

Grgić racconta che nel suo servizio di consulenza incontra donne che si accostano alla spiritualità come a una sorta di elisir o formula magica. Illustra questa aspettativa con un conteggio immaginario di «364 digiuni e 3.876 rosari», dopo i quali il marito dovrebbe svegliarsi una mattina completamente cambiato: smettere di bere e di essere violento, cominciare a pagare le bollette, assumersi le proprie responsabilità verso la famiglia e diventare un buon marito e padre.

Le cifre di questo esempio servono a illustrare l’aspettativa; la sua critica non è rivolta contro il digiuno o il rosario. È rivolta al tentativo di usare la preghiera per evitare di porre un limite necessario, cercare l’aiuto necessario o prendere una decisione che si teme.

Nel suo esempio tratto dall’attività di consulenza descrive una donna che da anni sopporta l’ubriachezza, le umiliazioni, la violenza e le bollette non pagate del marito, mentre agli altri dice di stare bene. Nella comunità ecclesiale può ricevere elogi perché è paziente, «porta la sua croce» e non parla male del marito. Più sopporta, più alcuni la considerano una brava credente.

Grgić mette in discussione questa immagine dalla prospettiva dei figli: che cosa vedono? Vivono nella paura e imparano che amare significa tacere mentre qualcuno distrugge la famiglia? Dice che queste donne spesso restano scioccate quando si spiega loro che ciò che richiede un’azione concreta non può essere controllato con la preghiera. Pensavano che la fede significasse soltanto sopportare, mentre la fede cristiana, sottolinea la psicologa, comprende anche la ragione, il discernimento e i doni del consiglio, della fortezza e del timore di Dio.

Proteggere la famiglia non significa nascondere la violenza

Secondo Grgić, la fede non chiede a una donna di nascondere l’alcolismo del marito, pagare i suoi debiti e convincere gli altri che va tutto bene. Non le chiede neppure di tutelare la sua reputazione mentre i figli sono esposti alla violenza. «Proteggere un figlio non è tradire il marito. Cercare un aiuto professionale non è mancanza di fede. Denunciare la violenza non è un attacco alla famiglia», sottolinea.

Aggiunge che non si tratta di un invito a umiliare pubblicamente il marito o a vendicarsi. Si tratta di smettere di mentire per lui, di nascondere le conseguenze del suo comportamento e di mantenere la finzione che tutto vada bene. In alcune circostanze, vede proprio nella ricerca di aiuto e nella denuncia della violenza un modo per proteggere la famiglia e un messaggio chiaro: la violenza non sarà più nascosta né tollerata.

Avverte in particolare che la violenza, soprattutto quella contro i figli, non è soltanto un problema privato di coppia. In una situazione simile è necessario proteggere il bambino, cercare un aiuto professionale e coinvolgere le istituzioni competenti.

Sottolinea esplicitamente la sicurezza della donna: non dovrebbe affrontare da sola chi la maltratta se ciò potrebbe esporla a un pericolo ulteriore. Ha bisogno di sostegno e di un piano di sicurezza. Grgić, dunque, non contrappone la preghiera alla protezione e all’azione, ma la considera un sostegno per i passi richiesti dalla situazione.

Che cos’è l’elusione spirituale?

Grgić usa l’espressione **elusione spirituale** per descrivere uno schema in cui parole e pratiche spirituali vengono usate per aggirare il dolore reale, un trauma irrisolto, la responsabilità personale o la necessità di cambiare. Può sembrare molto devoto e tuttavia servire a evitare il confronto.

Invece di riconoscere la rabbia, una persona dice: «Un cristiano non deve arrabbiarsi». Invece di porre un limite, dice: «Devo perdonare». Sostituisce il bisogno di un aiuto psicologico o medico con le parole: «Dio guarirà tutto». Nasconde la paura di prendere una decisione dietro la frase: «Aspetto un segno». In ciascuno di questi esempi, spiega, il linguaggio spirituale può celare un problema che la persona deve affrontare.

Grgić avverte inoltre che un sentimento, di per sé, non è peccato. A volte la rabbia segnala che è stato oltrepassato un limite importante, la paura può mettere in guardia da un pericolo e la tristezza parla di una perdita. Secondo la sua interpretazione, le emozioni non ci sono date perché le mettiamo a tacere con frasi devote, ma perché possiamo comprenderle e orientarle responsabilmente verso la vita e il cambiamento in meglio.

Questa distinzione è importante anche per il perdono: l’invito a perdonare non dovrebbe diventare un motivo per non porre un limite necessario. Allo stesso modo, la fiducia in Dio non dovrebbe sostituire la ricerca di aiuto quando serve.

Non tutte le forme di coping religioso sono uguali

Nel suo intervento ha presentato tre esempi di ricerca. Il primo, ha spiegato, è legato allo psicologo della religione **Kenneth Pargament** e ai suoi collaboratori, che studiarono, secondo la sua ricostruzione, il modo in cui le persone si servono della fede durante gravi difficoltà della vita.

Indica tre contesti diversi: persone colpite dall’attentato dinamitardo di Oklahoma City, studenti alle prese con eventi difficili della vita e anziani ricoverati in ospedale con gravi problemi di salute. Si tratta quindi di esperienze diverse di trauma, perdita, malattia, paura e incertezza. Grgić spiega che i ricercatori non volevano sapere soltanto se i partecipanti fossero religiosi o quanto spesso pregassero, ma come ricorressero alla fede nei momenti difficili.

Secondo la ricostruzione di Grgić, fu elaborato il questionario breve sul coping religioso **Brief RCOPE**, distinguendo tra coping religioso positivo e negativo. La forma positiva comprende la ricerca della vicinanza di Dio e del sostegno spirituale, il perdono, la ricerca di un senso nell’esperienza difficile e la collaborazione con Dio per risolvere i problemi.

Grgić riassume la differenza attraverso due prospettive di preghiera. La prima è: «Dio, fai tutto tu al posto mio». La seconda: «Dio, stai con me, mostrami che cosa devo fare e dammi la forza di farlo». In quest’ultimo approccio la persona prega, ma al contempo dialoga, prende decisioni, cerca aiuto, va dal medico, pone limiti e accetta la propria parte di responsabilità.

Nella sua ricostruzione, il coping religioso negativo comprende la sensazione che Dio abbia abbandonato o punito la persona, la rabbia verso Dio, l’amarezza spirituale, i conflitti con la comunità religiosa e l’interpretazione dei problemi come opera di forze maligne o prova che Dio non abbia il potere di aiutare.

Tuttavia, sottolinea che la lotta spirituale in sé non è peccato né prova che qualcuno sia un cattivo credente. Chi soffre può essere arrabbiato, confuso e pieno di domande; esperienze simili, ricorda, si trovano nei salmi e nel grido di Gesù sulla croce. L’avvertimento riguarda il rimanere a lungo intrappolati nell’idea di essere stati puniti o abbandonati, o di non poter fare nulla, cosa che nella sua spiegazione può rendere più difficile adattarsi.

Secondo i risultati riportati da Grgić, il coping religioso positivo era più spesso associato a un migliore adattamento, mentre le lotte spirituali negative erano associate a maggiori difficoltà. Non interpreta questi risultati come una condanna della fede, ma come un avvertimento: non tutti i modi di viverla sono altrettanto sani.

La fede può aiutare a trovare senso, forza e speranza, sottolinea, ma le parole religiose possono anche servire a mantenere paura, passività e senso di colpa. Il suo messaggio è che una fede sana non toglie la responsabilità, ma aiuta la persona a farsene carico.

Spiritualità, evitamento e limiti della ricerca

Il secondo esempio che cita è uno studio di **Jesse Fox e Gabriela Picciotto del 2019**, condotto, secondo il suo intervento, su **783 persone della popolazione generale**. La domanda era se talvolta la spiritualità possa servire a evitare la realtà psicologica, cioè il proprio dolore, il riconoscimento di un problema o un passo difficile e sgradevole.

Grgić descrive due forme di questo comportamento prese in esame. La prima è l’evitamento psicologico: una persona prova tristezza, paura, rabbia o dolore, ma non si permette di riconoscere quei sentimenti. Invece, si impone di non arrabbiarsi, di limitarsi a pregare, di pensare che un vero credente non sarebbe triste o di perdonare subito tutto. In tal caso, spiega, la preghiera non serve a portare i propri sentimenti davanti a Dio, ma a reprimerli.

La seconda forma è la spiritualizzazione: quasi ogni problema della vita viene spiegato esclusivamente in termini spirituali, senza prendere in considerazione le sue cause psicologiche, sanitarie, familiari o sociali. Come esempi di questa semplificazione, Grgić cita l’interpretazione dell’ansia come semplice mancanza di fede, della depressione come debolezza spirituale e dei problemi coniugali come esclusivo attacco del maligno.

Include nello stesso schema anche l’aspettativa che le difficoltà evolutive di un bambino si risolvano con la preghiera, senza una valutazione professionale. Il suo avvertimento riguarda l’esclusione di altre dimensioni importanti del problema, non l’opposizione tra preghiera e aiuto professionale.

Secondo la presentazione dello studio fatta da Grgić, l’evitamento psicologico e l’eccessiva spiritualizzazione hanno svolto un importante ruolo statistico di mediazione nel legame tra spiritualità e depressione e ansia, e soprattutto stress. Avverte esplicitamente che **un risultato del genere non significa che la spiritualità causi depressione o ansia**.

Lo studio, spiega, era trasversale e si basava sulle autovalutazioni dei partecipanti, quindi non può dimostrare che cosa sia causa e che cosa conseguenza. È possibile che chi già soffre si rivolga maggiormente a determinate forme di spiritualità, così come è possibile che l’evitamento prolungato della realtà mantenga la sofferenza. Grgić non presenta queste possibilità come una sequenza causale dimostrata, ma come processi che possono intrecciarsi.

Da qui ricava una domanda pratica: non basta chiedersi se una persona prega, ma che cosa succede dopo la preghiera. Diventa più libera, responsabile e capace di affrontare la vita, oppure, dopo un breve sollievo, torna alla stessa situazione e ancora una volta non fa nulla?

La preghiera può calmare, ma lei non ne riduce lo scopo alla rimozione temporanea di un sentimento spiacevole. Dovrebbe aiutare a vedere la verità più chiaramente e a trovare la forza per il passo successivo. A volte, dice, quel passo significa perdonare o parlare, altre volte porre un limite, e altre ancora rivolgersi a un medico, a uno psicologo, a un assistente sociale o a un’altra persona in grado di offrire un aiuto concreto.

La fede può sostenere la ricerca di aiuto, ma anche renderla più difficile

Il terzo lavoro presentato da Grgić non è uno studio su un singolo gruppo di partecipanti, ma una **metasintesi qualitativa di 47 studi pubblicati in precedenza** sulle donne sopravvissute alla violenza del partner. Secondo i dati che cita, sono state considerate le esperienze di circa **921 donne**, tra cui circa **630 migranti**.

Gli studi sono stati condotti soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nel Regno Unito, a Hong Kong, in Australia, Canada, Norvegia, Svezia e Taiwan. Gli autori, spiega, hanno analizzato i colloqui e le esperienze delle donne per comprendere che cosa rendesse più difficile o più facile chiedere aiuto, non soltanto per contare quante lo avessero chiesto.

Secondo la sua ricostruzione, sono stati individuati **25 ostacoli e 14 fattori** che facilitavano la ricerca di sicurezza e sostegno. Tra gli ostacoli figuravano paura e vergogna, dipendenza finanziaria, discriminazione, precarietà dello status migratorio, sfiducia nelle istituzioni, preoccupazione per i figli, pressioni familiari e timore del giudizio della comunità.

Religione e spiritualità sono emerse da entrambe le parti. In nove degli studi analizzati, la fede era d’aiuto alle donne: la preghiera offriva pace, speranza e la sensazione di non essere sole, mentre la comunità religiosa poteva offrire appartenenza, aiuto concreto e una via d’uscita dall’isolamento. In tredici studi, riferisce Grgić, la religione è emersa come un ostacolo alla ricerca di aiuto.

Alcune donne, riferisce sulla base delle esperienze presentate, ricevevano il messaggio che dovessero essere pazienti, pregare di più e salvare il matrimonio a ogni costo. Talvolta i consigli religiosi aumentavano il senso di colpa e di responsabilità per il comportamento del partner violento. Così alcune trovavano nella fede la forza di resistere, ma non il permesso di proteggersi.

La pressione a preservare la famiglia, la paura di far vergognare la comunità, le aspettative tradizionali nei confronti delle donne e la convinzione che una buona moglie debba tacere e sopportare rendevano più difficile denunciare la violenza o uscire da una situazione pericolosa. Grgić sottolinea un’importante precisazione: il lavoro riguardava donne appartenenti a minoranze etniche e comunità migranti, quindi i suoi risultati non possono essere trasferiti automaticamente a ogni cultura, comunità religiosa o donna.

Aggiunge che una metasintesi qualitativa non mostra quanto sia diffusa una determinata esperienza nell’intera popolazione. Individua schemi ricorrenti nelle esperienze delle donne. Per Grgić, è un richiamo alla responsabilità delle famiglie, della Chiesa e delle comunità religiose, che possono essere luoghi importanti di sostegno e protezione.

Una comunità può essere il luogo in cui una donna sente per la prima volta: «Non è colpa tua. La violenza non è la tua croce. Proteggere te stessa e i tuoi figli non è un tradimento di Dio». Al contrario, i messaggi secondo cui dovrebbe semplicemente pregare di più, tacere, essere obbediente e sopportare possono, avverte, sostenere inconsapevolmente chi maltratta invece della persona che subisce violenza.

«La preghiera e l’aiuto professionale non sono rivali. La fede e la protezione non sono opposte», afferma Grgić. Si può credere in Dio e chiamare la polizia; si può perdonare e comunque porre un limite; si può pregare per la conversione di qualcuno e, allo stesso tempo, rifiutarsi di vivere nella violenza.

Descrive quindi la spiritualità sana come quella che non toglie la voce alla persona, ma la aiuta a dire la verità. In questa comprensione della fede, la preghiera non annulla la necessità di sicurezza, aiuto e responsabilità.

Santa Monica e santa Rita non giustificano il silenzio sulla violenza

Grgić ha affrontato anche il richiamo a santa Monica e a santa Rita quando alle donne si consiglia di continuare a pregare e sopportare. Avverte che le vite dei santi non devono diventare uno strumento per mettere a tacere una donna maltrattata.

Rileva che santa Monica pregò a lungo per la conversione del figlio, sant’Agostino, ma che le fonti ecclesiali, secondo quanto da lei riferito, non confermano l’affermazione, spesso ripetuta, che abbia pregato per esattamente 40 anni. Parlano di anni di preghiera e di molte lacrime. Grgić non presenta Monica come passiva: dialogò, agì, seguì il figlio e cercò il consiglio di sant’Ambrogio.

Pregare per un figlio adulto che ha abbandonato la fede, sottolinea, non è la stessa cosa che tacere mentre un marito maltratta la moglie o i figli. Mette in discussione anche l’immagine semplicistica del marito di santa Rita. Secondo quanto riferisce Grgić, il sito ufficiale del santuario di Rita avverte che non è corretto descriverlo come un marito violento e malvagio, come spesso si racconta. Neppure santa Rita, quindi, è per lei una prova che una donna debba restare in una situazione di violenza.

Non considera consigli spirituali frasi come «Santa Monica ha sopportato, sopporta anche tu» o «Santa Rita ha pregato, taci anche tu», ma piuttosto un trasferimento del peso da chi commette violenza alla vittima. I santi sono esempi di preghiera, perseveranza e perdono, ma le loro vite non sono un comando universale rivolto a ogni donna perché sopporti la violenza.

L’invito biblico: pregare e fare un passo

Grgić collega il suo messaggio anche a scene bibliche. Nel Libro dell’Esodo, gli Israeliti si trovano davanti al Mar Rosso, mentre alle loro spalle si avvicina l’esercito del faraone. Impauriti, gridano a Dio, che dice a Mosè: «Perché gridi verso di me? Di’ agli Israeliti di mettersi in marcia».

Interpreta questa scena come un promemoria: c’è un tempo per gridare, ma anche un momento per fare un passo. Pregare e chiedere l’aiuto di Dio, dice, non esclude l’uso della ragione. Occorre affidare a Dio ciò che non possiamo controllare, assumendoci però la responsabilità di ciò che possiamo fare.

Riconosce lo stesso rapporto tra preghiera e realtà nell’esempio di Gesù nel Getsemani. Gesù prega nell’angoscia, non nega la paura e non finge che non sia in difficoltà: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice». Dopo aver pregato, ricorda Grgić, si alza e va incontro a ciò che deve fare. Nella sua interpretazione, la preghiera non lo ha separato dalla realtà, ma lo ha preparato a entrarvi.

Cita inoltre il messaggio di san Giacomo: «La fede senza le opere è morta». Non lo interpreta come l’affermazione che con le opere compriamo la grazia di Dio, ma come l’idea che la fede viva porti frutto: orienta alla verità, alla responsabilità, alla protezione dei più deboli e all’azione concreta.

La preghiera mi guida verso la verità o mi allontana da essa?

Nella parte conclusiva Grgić propone alcune domande per riconoscere quando la spiritualità diventa una fuga. Preghiamo da anni per lo stesso cambiamento, ma rifiutiamo di fare ciò che dipende da noi? Chiamiamo egoista ogni limite? Consideriamo andare dal medico o dallo psicologo una mancanza di fede? Diciamo di aver perdonato, ma in realtà permettiamo che lo stesso male si ripeta? Manteniamo l’apparenza di una bella famiglia mentre, a porte chiuse, si vive nella paura?

Considera questi schemi un motivo per interrogarsi sinceramente: la preghiera ci guida verso la verità o ci aiuta a evitarla? Una spiritualità sana, sottolinea, non significa che dobbiamo risolvere tutto da soli.

È possibile pregare e andare dal medico, pregare e parlare con uno psicologo, pregare e porre un limite, denunciare la violenza o prendere una decisione difficile. A volte, dice Grgić, la risposta alla preghiera non è un cambiamento miracoloso dell’altra persona, ma la forza di alzarci, dire la verità, proteggere un figlio, cercare aiuto e compiere il passo che rimandavamo da anni.

«La preghiera non è una fuga dalla responsabilità. La preghiera ci libera dalla paura, così che possiamo fare ciò di cui siamo responsabili», conclude.