Fra Tomislav Pervan: La preghiera è fiducia nel Padre, non l’esaudimento di ogni desiderio

Nel messaggio biblico dell’8 ottobre 2026, fra Tomislav Pervan commenta l’invito di Gesù a perseverare nella preghiera e indica lo Spirito Santo come il dono più prezioso del Padre celeste.

Fra Tomislav Pervan: La preghiera è fiducia nel Padre, non l’esaudimento di ogni desiderio

Pregare con perseveranza, rivolgersi a Dio con fiducia come a un Padre e chiedere il dono dello Spirito Santo: sono questi i temi centrali della riflessione di fra Tomislav Pervan, pubblicata da Radio Mir Međugorje l’8 ottobre 2026 con il titolo «Donaci il tuo Spirito, Signore». Riflettendo sul brano del Vangelo di Luca, Lc 11, 5–13, Pervan sottolinea che la preghiera non è una richiesta che Dio esaudisca ogni nostro desiderio, ma uno spazio in cui gli affidiamo ciò che portiamo nel cuore e ci rimettiamo alla sua volontà.

Da anni fra Tomislav Pervan commenta il Vangelo nella rubrica quotidiana «Messaggio biblico del giorno» di Radio Mir Međugorje. È dottore in scienze e autore di numerosi libri di riflessione teologica. Vive e lavora a Medjugorje come padre spirituale delle suore ed è ogni giorno anche in confessionale. Già parroco di Medjugorje e provinciale della Provincia francescana dell’Erzegovina, da anni scrive per Naša ognjišta, Katolički tjednik, Glasnik mira, MOVIS e altre riviste e portali.

Il Vangelo: un amico chiede pane a mezzanotte

Il brano pubblicato si apre con la domanda di Gesù ai discepoli:

> «Chi di voi, avendo un amico, va da lui a mezzanotte e gli dice: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me; non posso alzarmi per darti nulla”? Vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, si alzerà e gliene darà quanti gliene occorrono a causa della sua insistenza senza ritegno».

Segue l’invito alla preghiera:

> «E io vi dico: chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto».

Gesù completa poi l’immagine dell’amicizia con quella della paternità:

> «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Possiamo chiamare Dio Padre

Pervan osserva che le parole di Gesù in questo brano sono strettamente collegate. Luca le pone dopo il Padre nostro, come prosecuzione dell’insegnamento ai discepoli sulla preghiera e sul modo di pregare. Che cosa significhi rivolgersi a Dio chiamandolo «Abba», cioè «caro papà» o «caro Padre», Gesù, secondo l’interpretazione di Pervan, non lo spiega in teoria, ma in modo pratico: attraverso immagini della vita quotidiana e paragoni comprensibili alla gente comune.

Un padre terreno ascolta i desideri dei figli, ma non può esaudirli sempre, spiega Pervan. A volte è limitato dalle proprie possibilità e dalla povertà; altre volte, per ragioni educative, vuole che il figlio impari la rinuncia e il sacrificio. Dio, al contrario, è descritto come illimitato, e l’uomo può rivolgersi a lui per ogni sua necessità. Pervan invita a una preghiera che non viene meno, richiamando anche Lc 18,1ss e 1 Ts 5,17. Riconosce nella convinzione che esista un sostegno e un fondamento su cui poggia la vita il nucleo del messaggio di Gesù, espresso attraverso un’immagine tratta dalla vita di persone umili e comuni.

Queste immagini di vita, prosegue, possono risvegliare nell’uomo una salda fiducia in Dio. Come esempio, porta la tenacia dei mendicanti, che non si lasciano scoraggiare: chiedono, implorano e insistono, a volte fino a diventare importuni, finché non vincono la riluttanza e il malumore umani. Se una simile perseveranza ha effetto tra gli uomini, si domanda Pervan nella sua riflessione, quanto più possiamo confidare nel Padre, che non cambia umore e non è limitato, meschino né gretto? La parabola vuole risvegliare, rafforzare e confermare la fiducia in Dio, con il quale Gesù parla della preghiera.

L’uomo onora Dio non soltanto con la lode e la glorificazione, ma anche presentandosi a mani vuote, come un mendicante, sottolinea Pervan. In questo modo di presentarsi vede un’espressione di fiducia totale: l’uomo riconosce il proprio bisogno e attende l’aiuto del Padre. «Dio non è un destino cieco», scrive, ma un amico che aiuta nelle difficoltà, più di un padre e di un amico terreni.

Fiducia senza paura

Pervan interpreta la domanda di Gesù sul padrone di casa come un invito a mettersi personalmente nella situazione descritta: come si comporterebbe chi ascolta se un amico bussasse alla porta nel cuore della notte? Collega questo modo di insegnare anche alle successive parabole della pecora smarrita e del figlio perduto in Lc 15. Nella sua riflessione immagina il padrone di casa che si alza e cerca il pane in punta di piedi, il più silenziosamente possibile, per non svegliare i bambini e farli piangere e agitare.

In questa immagine riconosce il messaggio di un Padre al quale i figli possono rivolgersi con fiducia e sicurezza, senza paura né senso di colpa. Sottolinea in particolare che alla fine l’amico non riceve soltanto i tre pani richiesti, ma «quanto gliene occorre». Se un uomo dà tanto nel cuore della notte, conclude Pervan, quanto di più darà il Padre celeste, che si rallegra quando i suoi figli si rivolgono a lui?

Nelle parole «pregate, cercate, bussate» riconosce una progressione in tre passaggi e un’intensificazione dell’invito alla perseveranza. In questa interpretazione Dio non è lontano, ma vicino: l’uomo deve cercare il suo regno e bussare per entrare dalla porta stretta. Il Padre apre a chi si rivolge a lui come figlio, nel nome di Gesù. Pervan collega così il pregare, il cercare e il bussare alla fiducia nella vicinanza di Dio.

Il dono più prezioso è lo Spirito Santo

Pervan sviluppa il paragone con il padre terreno chiedendosi: un padre darebbe al figlio una pietra, una serpe o uno scorpione? Gli uomini, pur essendo cattivi rispetto all’unico Dio buono, secondo l’interpretazione delle parole di Gesù, sanno comunque fare doni buoni ai propri figli. A maggior ragione, il Padre celeste dà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono. Pervan definisce lo Spirito una necessità esistenziale dell’uomo e il dono più prezioso, per il quale occorre pregare nel nome di Gesù.

Lo Spirito, prosegue, è il legame con il Padre celeste di cui l’uomo ha bisogno nella vita terrena. Distingue chiaramente, al tempo stesso, la fiducia nell’esaudimento dalla pretesa che Dio realizzi tutto ciò che l’uomo desidera. Dio non esaudisce le nostre banalità; bisogna invece pregare nello Spirito di Gesù che viene effuso sui fedeli. «Egli non esaudisce i nostri desideri, ma le sue promesse, che ha fatto e continua a fare», scrive Pervan.

La preghiera, dunque, secondo la sua interpretazione, non è un tentativo di indurre Dio a fare ciò che noi vorremmo o desidereremmo avere. Nella preghiera impariamo a dirgli ciò che abbiamo nel cuore e poi a sottometterci e affidarci alla sua volontà, come Gesù nel Getsemani. Pervan collega così l’invito alla perseveranza all’abbandono, non alla realizzazione di ogni singolo desiderio.

Senza la paternità di Dio, spiega in modo figurato Pervan, l’uomo nel mondo sarebbe come un orfano o un senzatetto, oppure come un dipendente alla ricerca di una droga o di uno stupefacente, ma a mani vuote e con il cuore vuoto. In contrasto, sottolinea la fiducia di Gesù nell’esaudimento delle preghiere, senza condizioni né limiti. Per lui la grande consolazione del Padre nostro è già nel suo inizio: possiamo chiamare Dio Padre, possiamo pronunciare la parola «Padre».

In questa sola parola Pervan vede racchiusa la storia della salvezza e della redenzione. Rivolgendosi a Dio come Padre, l’uomo gli affida il proprio essere e la propria inquietudine, le preoccupazioni e le attese, il lavoro e il riposo. Nella vita di un figlio, afferma, non c’è nulla che non debba essere affidato alla bontà del Padre, né difficoltà in cui non vi sia speranza del suo aiuto. Ricorda anche la tempesta sul mare e la domanda di Gesù ai discepoli sulla loro fede e fiducia, con il riferimento a Lc 8,25. Invita ad avere la fiducia di chi è ancorato al Padre e descrive la preghiera come un cammino di maturazione verso il proprio vero io, da figli davanti al Padre.

Una preghiera che sgorga dal profondo del cuore

La riflessione si conclude con un testo più ampio, attribuito nella pubblicazione a san Giovanni Crisostomo. Accanto all’invito «Pregate e vi sarà dato!», la preghiera viene descritta con queste parole:

> «La preghiera è un’arma potente, un tesoro imperituro, una ricchezza inesauribile, un porto sicuro davanti a tutte le tempeste, riposo e pace dell’anima. La preghiera è la radice, la sorgente e la madre di innumerevoli beni… La preghiera di cui parlo non è scarsa né pronunciata sconsideratamente, ma ardente. Scaturisce dall’angoscia dell’anima e dalla fatica spirituale. Questa è la preghiera che si innalza verso il cielo…»

Nello stesso testo si cita il salmista: «Nella mia angoscia invocai il Signore ed egli mi rispose» (Sal 120,1), con il messaggio che chi prega così nel momento della prova, al termine della preghiera prova una profonda gioia interiore.

L’accento non è posto soltanto sulle parole pronunciate, ma sulla preghiera che nasce dal profondo del cuore. Il testo paragona questa preghiera ad alberi profondamente radicati: non si spezzano, non si piegano e non si lasciano sradicare, neppure quando su di loro si abbattono migliaia di tempeste. Così anche le preghiere profondamente radicate salgono verso il cielo e non si lasciano distogliere dalla mancanza di fiducia o di merito. Accompagna questa riflessione l’invocazione del salmista: «Dal profondo a te grido, o Signore» (Sal 130,1).

I paragrafi conclusivi prendono le mosse dal sollievo ben noto che si prova quando si confidano le proprie difficoltà e prove alle persone care. Il testo attribuito a Crisostomo dice, in modo figurato, che è come se dalle parole arrivasse una brezza leggera. Collega una consolazione e una forza ancora maggiori alla possibilità di far partecipare il Signore alle difficoltà e alle sofferenze dell’uomo.

Le persone, prosegue il testo, a volte sopportano con difficoltà chi piange davanti a loro o si lamenta degli altri, e così lo evitano o lo respingono. Dio, invece, è descritto diversamente: permette all’uomo di avvicinarsi e lo attira a sé. La riflessione termina con queste parole: «Anche se gli esponi tutto il giorno la tua pena, gli diventi più caro ed egli esaudisce le tue preghiere con ancora maggiore prontezza».